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Edizione 2020

Concepito per promuovere un dialogo tra l’arte contemporanea e lo storico territorio del Ducato di Parma e Piacenza, il DucatoPrize si concentra su quegli artisti, italiani e internazionali, in grado di suscitare attraverso la propria ricerca una riflessione critica sugli aspetti più significativi della nostra contemporaneità.

Questa seconda edizione si è trovata ad attraversare una fase critica per la nostra società a causa dell’emergenza Covid-19 che ha sconvolto il nostro modo di operare, vivere e pensare. L’8 Marzo non è stato soltanto l’ultimo giorno utile per presentare le candidature a questo premio, ma è stato anche il primo giorno di una lunga reclusione imposta dallo Stato Italiano e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, segnando definitivamente la diffusione pandemica del Coronavirus. Durante questi mesi mi sono chiesto più volte se sarei riuscito a garantire il regolare svolgimento della manifestazione e nella prima settimana di Aprile, con estrema riluttanza, ho deciso di annullare l’evento espositivo a causa dell’enorme incertezza dei mesi a venire, garantendo comunque l’erogazione dei premi.

L’edizione 2020 del DucatoPrize, grazie al prezioso lavoro della giuria e dei suoi collaboratori, ha ritrovato la positività e un nuovo motivo d’orgoglio nel poter premiare artisti di grande qualità, intuito e capacità. Le opere premiate quest’anno sottolineano alcuni importanti aspetti che ruotano attorno a temi caldi del presente e del futuro prossimo come il rapporto tra uomo e ambiente, il monoculturalismo, le origini, la stratificazione della memoria e l’archiviazione.

Il DucatoPrize si identifica infatti con tutti gli artisti che vi hanno preso parte e con tutte le opere d’arte candidate, specialmente con quelle dei primi 40 artisti classificati nella sezione Arte Contemporanea e dei primi 10 artisti classificati nella sezione Arte Accademia, il cui lavoro è stato pubblicato nel catalogo ufficiale consultabile su questo sito. Spero dunque che questo il premio, il sito e il catalogo possano promuovere una riflessione critica sull’arte contemporanea nel contesto locale e non, offrendo un contributo culturale che vada a beneficio di tutti i lettori, gli artisti e gli appassionati d’arte di oggi e di domani.

Michele Cristella
Presidente, DucatoPrize
Guendalina Cerruti
Vincitrice del Premio Arte Contemporanea
DucatoPrize 2020
guendalina cerruti, ducato prize
Thanks a Million
2019
Lapide in granito grigio, legno di cedro con bordo vivo, pirografo, messaggi di auguri
230×70×30.5 cm

Zoë De Luca: L’opera selezionata dal premio, Thanks a million, parte dal linguaggio standardizzato per esplorare i processi del Monoculturalismo. Come ti sei avvicinata a questo tema?
Guendalina Cerruti: In passato, nel mio lavoro, ho utilizzato frasi come Love you bye, I never meant to hurt you, Get well soon. Mi affascina questo uso del linguaggio, specifico della comunicazione digitale, della messaggistica instantanea, delle interazioni sui social media dove manifestazioni di sentimenti e vicinanza diventano slogan, decorazioni. Questa forma di linguaggio trova la sua massima espressione nelle greeting cards, attraverso una combinazione di parole, font, colori e immagini.

ZDL: Degli slogan che scandiscono le tappe emblematiche della vita, o meglio di tutte le vite.
GC: Le greeting cards diventano rappresentazioni simboliche di esperienze culturali: il compleanno, la Festa del Papà, un traguardo raggiunto come l’università o la patente, che insieme a palloncini, fiocchi e farfalle vogliono delineare la nostra esperienza di tempo senza tenere conto delle diversità culturali. Il concetto di Monoculturalismo si riflette appunto nell’idea che unendo tutte queste greeting cards, dalla celebrazione della nascita, alle condoglianze alla famiglia di una persona morta, si possa racchiudere l’esperienza dell’essere umano. Thanks a million nasce da questa riflessione e con un’ironia dal gusto amaro forse cerca un senso più profondo.

ZDL: Le tue sculture e installazioni hanno spesso una componente potenzialmente performativa, che si tratti dell’uso di oggetti cinetici o dell’allestimento di display che invitano all’interazione, come una muta richiesta di attenzione.
GC: Si, pensandoci, nel mio lavoro c’è un elemento performativo. Penso ad una presenza performativa degli oggetti. Una performatività che è forse un’espressività, che nasce da un’attenzione particolare alle scelte estetiche e materiali e un’intenzione comunicativa forte. Mi piace pensare che i miei oggetti, dipinti e sculture possano avere una presenza più simile a quella di una persona che a quella di un oggetto. Forse una persona che non parla. In questo senso penso ad una qualità espressiva intensa che invita all’interazione, che richiede l’attenzione.

ZDL: Il comune denominatore del tuo lavoro è l’isolamento di elementi facilmente riconoscibili, ridotti ai minimi termini e ricontestualizzati per innescare altre narrazioni. In che misura ti interessa la loro fruizione?
GC: Proprio per questo aspetto comunicativo della mia pratica lo spettatore ha un ruolo molto importante. L’utilizzo di elementi facilmente riconoscibili e la ripetizione degli stessi mi interessa al fine di facilitare la fruizione del lavoro e di amplificarne l’aspetto narrativo. Ad esempio, in You and us l’utilizzo di elementi semplici quali l’abete, un paesaggio innevato stilizzato stile cartoon, i tessuti con stampe infantili, mi permette di concentrarmi sulla composizione dei diversi elementi, sul loro valore concettuale, sulle pontenzialità della narrazione. Mi interessa che il lavoro operi su più livelli della comunicazione, attraverso diverse dimensioni del linguaggio, pur mantenendo un’intenzione e una visione precisa.

ZDL: Molto spesso la decostruzione di queste scene fa leva sull’esperienza percettiva, creando una sorta di déjà-vu…
GC: Si, mi piace come l’esperienza percettiva non venga conservata come un ricordo attraverso un’immagine più o meno precisa, ma che invece si traduca in una sensazione di familiarità. Come in un déjà-vu, guardando il mio lavoro si ha questo forte senso di familiarità, alternato ad un sentimento di stranezza e disorientamento, spesso appunto dato dalla decostruzione dei suoi soggetti e oggetti. Questo stato a metà porta chi ne fa esperienza ad avere un’attenzione particolare, una sorta di lucidità verso ciò che li circonda.
Pietro Agostoni
Vincitore della Menzione Speciale per l’Arte Contemporanea
pietro agostoni, ducato prize
Pluffy
2019
Carta stampata, Coccoina
74×88 cm

Zoë De Luca: La sperimentazione è il comune denominatore alla base delle tue produzioni, che ogni volta vengono innescate da un fattore esterno per poi svilupparsi in una dimensione intimamente empirica…
Pietro Agostoni: La sperimentazione è il mezzo che utilizzo per garantire libertà, irriproducibilità e originalità alla mia produzione. Per questo le strade che il mio lavoro deve scovare e percorrere sono molteplici, preferibilmente infinite. Poniamo ad esempio un grafico a ragnatela come metafora della sperimentazione artistica. Per prima cosa è necessario stabilire la cornice che determina la portata dei nostri obiettivi; quanto esteso vogliamo che il raggio d’azione della nostra ricerca sia, quanta superficie dovrà coprire. Tanti sono i tiranti su cui essa flette, altrettanti saranno gli spunti di ricerca che contraddistinguono la versatilità artistica. Più fitta e meticolosa sarà la greca che costituisce la sua trama, maggiore sarà la possibilità di polarizzare concetti e fresche fonti di nutrimento per il lavoro.

ZDL: Una visualizzazione della interdisciplinarietà della pratica e dell’intensità del singolo lavoro.
PA: Si tratta di allenare la propria consapevolezza e canalizzare più discipline comuni a cavallo di diverse tecniche, dai vertici fino al centro. Il disegno, il talento, la capacità di osservazione, la sensibilità sono solo alcuni dei requisiti che permettono la connessione di sinapsi sempre più disparate filtrandone il contenuto all’interno di una logica multidisciplinare.

ZDL: La tua pratica spesso implica dei tempi piuttosto dilatati, sia per questioni logistiche che per un approccio quasi liturgico al trattamento della materia. Da dov’è nata questa tua attitudine alla sedimentazione?
PA: Non seguo una particolare liturgia, mi lavo le mani, faccio la punta alle matite, lavoro su tavoli di cristallo. Attendo con pazienza che le idee si impiglino nella tela, dopodiché sta alla mia libertà e abilità stabilire quali strategie intraprendere per connetterle e assimilarle. Può capitare che si impigli un piccolissimo moscerino, consumabile velocemente e senza fatica, come al contrario una grossa mosca può sconvolgere l’intera impalcatura e la sua cattura obbligarmi ad un enorme sforzo. La lascio dimenare elucubrando una strategia, come impossessarmene e valutando il rischio derivante un approccio troppo impulsivo o inconsapevole. Talvolta rinunciarvi è l’unica soluzione, troncare il lembo e liberare l’utopia che essa incarna. Ci sono infinite possibilità di incastrare le idee ma non sempre è possibile affrontarle, o perché non siamo abbastanza maturi o perché la nostra tela non è sufficientemente resistente, non è scontato che, anche accanendosi sulla stessa carcassa per giorni o anni, si possa ambire a definire quel lavoro ‘risolto’.

ZDL: L’opera presentata al premio, Pluffy, rappresenta non solo la tua fascinazione per la stratificazione, ma anche quella per il disegno, di cui hai nel tempo esplorato diversi aspetti gestuali e di linguaggio.
PA: Pluffy è il manifesto di una pop-art decaduta, abbandonata e già dimenticata. L’opera evidenzia la nostra assuefazione alla sovrapproduzione e sovra-riproduzione di immagini e linguaggi, mettendo in risalto l’inconsistenza con la quale assimiliamo l’ultra-saturazione di contenuti e autoreferenzialità tipici dell’#arte che deve essere scrollata. Pluffy incarna la spazzatura che consumiamo e smaltiamo al solo scopo di poterne produrre altra, è un prodotto proiettato direttamente nel suo inevitabile destino, un fossile di quest’epoca.
Monia Ben Hamouda
Vincitrice della Menzione Speciale per l’Arte Contemporanea
monia ben hamouda, ducato prize
Exhaust
2018
Acciaio, silicone, pigmento, cera, resina, gesso, acqua
110×110×20 cm

Zoë De Luca: La tua pratica è principalmente orientata alla scultura, ma questo deriva in parte dal tuo rapporto con il disegno e la figurazione.
Monia Ben Hamouda: La figurazione è una tematica centrale nella mia ricerca; è un discorso legato alla mia biografia e all'identità della mia famiglia, in parte italiana e cattolica, in parte araba e musulmana. La figurazione e l'iconoclastia è vietata dall'Islam, e pertanto l'arte accettata è quella che utilizza geometrie e motivi astratti. Fin da piccola sono stata educata a questa tematica: mio padre dipingeva, e a volte si allontanava dal volere religioso e componeva il motivo calligrafico all'interno di forme figurative. Uno stratagemma spesso utilizzato nell'Arte Islamica, una sorta di figurativismo astratto.

ZDL: Questo rimanda all’opera selezionata dal premio, Exhaust.
MBH: Exhaust è parte di una serie composta da due sculture circolari, assemblate articolando l’aspetto ritualistico del gesto: diventano la metafora più evidente per parlare di passivo-aggressività. Tenendo a mente il gesto magico-sciamanico dell’assemblaggio di un amuleto o di simbolo, le sculture vengono realizzate nella speranza che questo oggetto possa proteggerci (e proteggersi). Exhaust si riferisce alla carica di potere che alcune immagini trattengono intrinsecamente e all'idea di perdita potenza di quelle stesse immagini.

ZDL: Invece, nella serie Predictions la componente principale della creazione di un amuleto è la gestualità.
MBH: Predictions è una serie di wall pieces capaci di predire il futuro. Viene composta lavando più e più volte i tessuti in un liquido vischioso, un mix di materiali che rende il lavaggio faticoso ma che mi permette di entrare in contatto con un gesto antico, quello di una donna intenta ad immergere tessuti in un fiume sacro per esorcizzare un avvenimento o alleviare il proprio spirito. Le predizioni possono avvenire leggendo, come fossero fondi di caffè, le viscosità materiche presenti sulla superficie dell’opera.

ZDL: Una sorta di immedesimazione atavica?
MBH: Tutti siamo marcati, per non dire contaminati, dall’universo psicomentale dei nostri antenati. Nascere in una famiglia è come essere posseduto, e questo possesso si trasmette di generazione in generazione. Il mio cognome è composto dal prefisso Ben (Èä), letteralmente “Figlio di”: in dipendenza e relazione con la vita e la cultura dei miei progenitori.

ZDL: In questo senso è interessante ricordare che nel tuo lavoro il processo di creazione dell’immagine è spesso influenzata dal filtro cinematografico.
MBH: Il cinema è un punto fermo nella mia ricerca. Nonostante sia concentrata nell'attività scultorea, sguardo e pensiero si articolano in modo narrativo e cinematografico. Da qualche anno la mia ricerca si interroga su alcune tematiche inerenti allo struggimento e la possibilità di utilizzare lo spazio che circonda l'opera come materiale scultoreo, sfruttandolo per le necessità narrative dell'opera stessa.

ZDL: Questo ti ha portato a fondare Something Must Break, un progetto curatoriale fondato insieme a Michele Gabriele nel 2017; in che modo questa attività parallela si intreccia con la tua pratica?
MBH: Something Must Break rappresenta il nostro desiderio di mettere in scena la parte più 'melodrammatica' e romantica dell'arte attraverso l'immediatezza e la potenza delle immagini. Desideriamo mostrare la parte più emotiva e immediata del lavoro; ciò che ci ispira è un preciso sentimento, il bisogno di una narrazione che sia molto più stratificata rispetto alla composizione delle opere in una stanza. Vogliamo che le opere mettano in scena una storia, quasi una sceneggiatura, vediamo nelle opere dei Soggetti e non degli Oggetti.
Byron Gago
Vincitore del Premio Arte Accademia
byron gago, ducato prize
Placenta
2019
Fruttosio fuso, resina epossidica F400, tubo fluorescente, elettrodi, alimentatore
67×109×15 cm

Zoë De Luca: La tua pratica è imperniata sul dualismo natura-artificio, sia per esplorare dinamiche legate alla conoscenza e al potere, che per lavorare allo sviluppo di un’ecologia personale. Cosa ti ha avvicinato a questa visione neo-materialista?
Byron Gago: Penso che il mio avvicinamento nasca dal voler questionare il mio consumo, inteso come l’insieme materiale e immateriale di concetti; da qui si sviluppa un’attenzione sul senso identitario e su ruoli attivi e passivi in relazione agli agenti del mio ambiente, dunque, anche a forme di potere ed influenza. Credo nasca dal bisogno di rimettere i diversi elementi sul piano, e avere la possibilità di ripensare o ridefinire in modo personale quanto già assimilato.

ZDL: Nel tuo lavoro è evidente un interesse per la sperimentazione e per l’imprevedibilità di materiali e processi organici. Qual è la proporzione tra ricerca ed empirismo nel tuo lavoro?
BG: Direi che sono complementari ed equivalenti, esistono le specifiche di ogni lavoro. Alcune sperimentazioni nascono da momenti in cui le idee non hanno ancora una relazione definita; in altri casi è un istinto legato alla materia e alla forma a stimolare un output teorico. Esiste anche un momento di osservazione del lavoro concluso che diventa spesso motore per un ulteriore sperimentazione, talvolta anche verso nuovi territori.

ZDL: Placenta, l’opera selezionata per il premio, è un’installazione emblematica in questo senso.
BG: Nel caso di Placenta è prevalente un aspetto empirico, frutto di giorni spesi in atelier, ai tempi situato nello spazio Morel1: è il risultato a seguito di numerose prove, dove il fattore imprevisto ed l’errore hanno delimitato aspetti strutturali e allo stesso tempo definito la futura relazione con lo spazio anche in termini di display.

ZDL: Sei nato in Ecuador, cresciuto in Italia, ora vivi in Svizzera, ma alcuni tra i tuoi progetti più recenti riguardano la cultura sudamericana e amazzonica. Che cosa ti ha portato a riavvicinarti all’America Latina, e con che attitudine hai affrontato queste ricerche?
BG: In Ecuador ho vissuto la mia infanzia, per poi tornarci negli anni quando era possibile; ho vissuto una sorta di riappropriazione lenta e graduale in senso identitario, e con l’Ecuador ho un tipo di legame più intimo e familiare a prescindere dalla mia pratica. Per quanto riguarda la cultura amazzonica, è sempre stata tra i miei interessi, tra fascinazione e controversie. Mi sono occupato in un altro lavoro di ricerca riguardo la cultura psilo e le sue successive derive nella cultura di internet. In un altro caso invece, partendo da un’idea di riscoperta dei territori della foresta nei confini tra Ecuador e Colombia, ho affrontato il tema della dislocazione dell'industria petrolifera con un focus sulle infrastrutture ed implicazioni sul territorio.

ZDL: In particolare, stai sviluppando un progetto su Antigua Ciudad Guerrero, che delimita il confine politico e geografico tra Messico ed USA.
BG: É un lavoro in cui osservo l’architettura e la sua transizione da un modello coloniale spagnolo ad un modello di città più improntata sul modello americano, a seguito della costruzione della diga che causò l’inondazione parziale delle attuali rovine. Qui il focus sull’architettura è testimonianza di un senso identitario attraversato e profondamente minato da interessi politici, è un approccio d’indagine e rispetto nel tentativo di voler restituire un prodotto che rifletta su dinamiche che riguardano la dislocazione forzata, identità e territorio, mettendo punti in evidenza in un’ottica più globale o latina.
Clarissa Baldassarri
Vincitrice della Menzione Speciale nella categoria Arte Accademia
clarissa baldessarri, ducato prize
Sound data logger
2020
Proiezione, fonometro
Dimensioni ambientali

Zoë De Luca: Hai iniziato studiando decorazione, ma nonostante la tua produzione sia spesso dedicata al concetto di visione e ai suoi limiti, non utilizzi mai il medium pittorico. Come hai sviluppato questo approccio?
Clarissa Baldassarri: I miei problemi di salute hanno sicuramente avuto una grande influenza sulla mia ricerca; circa 5 anni fa ebbi i primi problemi alla vista, legati alla diagnosi di sclerosi multipla. Non vedere bene mi ha portata ad interrogarmi molto sul ruolo della visione, scoprendo come essa può presentarsi come un limite per la conoscenza anziché una risorsa, in quanto ci fa fermare alla superficie delle cose, senza andare oltre. Così ebbi in qualche modo un litigio con il colore, trovando le mie risposte nella trasparenza e nella verità che può dare la forma. Quello che voglio fare è andare alla ricerca dei limiti percettivi e trovare soluzioni altre per superarli.

ZDL: Il trasferimento a Napoli sembra aver influenzato molto il tuo lavoro, portandoti ad approfondire il tema della percezione sensoriale e in particolare avvicinandoti al suono.
CB: Si, dopo aver indagato per molto tempo il campo visivo, in quest’ultimo anno mi sono messa in ascolto di altre frequenze, spostando la mia attenzione sul piano uditivo. La costante sottomissione a suoni esterni ci porta a non fare caso ad altre intensità sonore, spesso le più importanti. È sempre più difficile trovare un spazio da dedicare all’ascolto profondo e interiore, essendo costantemente guidati dai ritmi che ci conducono verso un muoversi inconsapevole e meccanico. L’udito infatti è il senso dell’orientamento, e quando le frequenze a cui abitudinariamente siamo sottoposti cambiano di intensità, la domanda che sorge spontanea è “dove ci troviamo?”.

ZDL: L’opera che hai presentato al premio è in effetti un’installazione legata al suono…
CB: Sound Data Logger è un’opera nata per il progetto site specific Ausiliare presentato come progetto di tesi finale alla chiesa Le Scalze di Napoli a cura di Marianna Agliottone e Rosaria Iazzetta. L’installazione è una restituzione visiva e silenziosa delle frequenza sonore che noi stessi emaniamo attraverso l’ambiente. La misurazione scientifica  diviene così un pretesto per porre l’attenzione su altro tipo di di ascolto e  sulla posizione che noi occupiamo in un determinato spazio e tempo. Alla fine di ogni periodo di  registrazione i dati vengono salvati e rielaborati in dati numerici, dando vita ad un archivio cartaceo testimone di ogni intensità emanata, sentita in quel preciso instante, vietando così alla memoria di alterarne la percezione con il passare del tempo.

ZDL: Ti sei quindi interrogata sul concetto di presenza attraverso la creazione di un’opera che a sua volta veniva completata dalla presenza degli spettatori. É corretto dire che l’interazione sia una componente fondamentale all’interno della tua pratica?
CB: Quello che cerco di restituire sono dei problemi, dei limiti, degli interrogativi che voglio condividere per trovare insieme delle ‘soluzioni’. Non restituisco quasi mai un’idea precisa o una visione unidirezionale, ma degli spazi, delle porte aperte al dialogo nella quale ognuno può entrare per trovare a sua volta una sua visione, interpretazione del ‘problema’ presentato.

ZDL: Hai affrontato il tema della collettività anche in Eikona, una serie di altarini votivi che problematizzavano il fenomeno dell’idolatria. L’analisi della spiritualità sembra una costante all’interno della tua pratica.
CB: Si, il tema della spiritualità è sempre centrale nei miei lavori, ma cerco di non parlarne esplicitamente. Per me scoprirla è stato come attraversare un percorso attraverso strade visibilmente nascoste, e restituire un argomento così personale e delicato è una cosa che deve avvenire nello stesso modo. Ecco perché per parlarne mi servo spesso di immagini di natura contrastanti alla sua presenza, analizzando  il tema con un occhio spesso scientifico, matematico o meccanico.
Giulia Crivellaro
Vincitrice della Menzione Speciale nella categoria Arte Accademia
giulia crivellaro, ducato prize
Smooth Threshold
2018
Proiezione video con audio
3’30”

Zoë De Luca: L’utilizzo di found footage e la pratica dell’archivio sono ricorrenti nei tuoi lavori; in che modo rappresentano il tuo rapporto con le immagini?
Giulia Crivellaro: Soprattutto oggi trovo sia necessaria e imprescindibile una riflessione sulle immagini e sul rapporto che con esse intratteniamo ogni giorno; e ritengo questo sia vero soprattutto in quanto artisti visuali del nostro tempo. Il found footage, ma anche l’archivio, acquisisce per me un valore fondamentale non tanto nella specificità di ciò che si vede, quanto nel suo essere sintomo di pratiche e di attitudini umane. Ciò che più mi interessa dunque è il tipo di contenuto che essi rappresentano o la pulsione che ha spinto qualcuno alla loro produzione; il fatto che sia materiale prodotto da altri mi permette perciò di considerarli come frutto di una pulsione umana autentica e quindi generalizzabile nel proprio significato.

ZDL: Il tuo interesse di base è quello di usare la realtà come materia prima?
GC: Sicuramente la realtà in cui siamo immersi è per me un elemento fondamentale. La mia operazione si basa principalmente su un processo di rilettura quasi antropologica delle pratiche umane e dei loro prodotti digitali. In questo senso la realtà entra in questo sviluppo a più riprese e non solo nella condensazione visiva del prodotto finale. L’opera parte da uno stimolo esterno che, una volta introiettato e nutrito, viene rigurgitato nella contemporaneità per essere guardato da un’altra prospettiva. Il suo senso viene quindi plasmato dalla rielaborazione che metto in atto; azione che non agisce spesso sul livello di ciò che si vede materialmente, ma sui significati che esso in noi mobilita.

ZDL: In Smooth Threshold hai accostato l’audio della descrizione di un sarcofago egizio con il vlog di un uomo americano che mostra i suoi tatuaggi. In che modo la tensione verso la dimensione spirituale della vita si manifesta in questi due contenuti apparentemente lontani?
GC: La tensione si sviluppa sempre mediante l’attivazione di un campo a due forze; la giustapposizione di questi ambiti apparentemente diversi permette la rilettura dell’atto di quest’uomo, come un’incorporazione nel presente di quel segno che anticamente gli egizi usavano come propiziatorio per la vita dopo la morte. Smooth Threshold mette in atto questo accorciamento di temporalità: se una volta la tensione si sviluppava verso un futuro ignoto ora, nell’accelerazione del capitalismo laico e tecnologico, questa proiezione diventa anacronistica. Come le altre dimensioni della nostra esistenza, anche la spiritualità trova la sua temporalità contratta e può quindi trovare nel corpo stesso, vivente e carnale, il suo modo di palesarsi nel presente.

ZDL: Più in generale ti interessa accostare diverse sfere della vita umana, accomunate però dalla risposta ai medesimi impulsi...
GC: La mia ricerca verte proprio sulla possibilità di ritrovare in forme e prodotti culturalmente molto diversi una radice primigenia comune. Per questo motivo nel mio lavoro ciò che cerco più di tutto è l’attrito, quell’energico punto d’incontro tra due mondi anche molto lontani. È proprio nello scarto tra queste componenti che si gioca quel senso ulteriore che fa parte della vitalità dell’esistenza e che spesso si manifesta in un apparente controsenso. Il mio obiettivo risiede nel riconoscere due cose lontane come soluzione astrusa di una medesima pulsione al fine di far emergere da un’unione dissonante un potenziale inespresso o latente.
Giuria 2020
La giuria dell’edizione 2020 del DucatoPrize era composta dai seguenti membri:

Marina Dacci
Zoë De Luca
Yuri Ancarani
Attilia Fattori Franchini
Denis Isaia
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